Lectio Levis - Versioni

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Lectio Levis
Autore Marco Conti
Materia Latino
Volume 1 - Lezioni
Editore Mondadori
ISBN 9788800342841
Anno 2016
Scuola Secondaria di II grado
Classe Prima


Qui puoi trovare le soluzioni degli esercizi e delle versioni per il libro Lectio Levis

Pag.48

n.10: Frasi

1. La giustizia è sempre lodata. 2. L'aquila mette in fuga le colombe. 3. Spesso il denaro procura preoccupazioni. 4. Ragazze, sia amate sia siete amate. 5. I pirati spaventano gli abitanti delle isole. 6. Gli abitanti delle isole sono spaventati per l'arrivo dei pirati. 7. Sia le preoccupazioni sia gli affanni degli stranieri sconvolgono la vita. 8. O la sapienza o la fortuna dominano la vita. 9. Talvolta il denaro alimenta la superbia. 10. Durante la tempesta le barche non solo sono scosse, ma sono anche danneggiate.

Pag.51

n.16: Frasi

1. Il contadino percuote la scrofa con un bastone. 2. La colomba è mangiata dalla piccola volpe. 3. La selva è perlustrata velocemente dalla cerva. 4. Gli aurighi incitano i muli con lo staffile. 5. Fanciulla, scaccia la pigrizia con la diligenza. 6. Le capanne sono coperte dalla paglia. 7. Le anfore sono riempite d'acqua. 8. La ragazza lancia la palla. 9. La palla è lanciata dalla ragazza. 10. I marinai giocano con i dadi.

n.17: Frasi

1. La padrona celebra un sacrificio a Vesta con una patera. 2. Le tavolette sono donate allo scriba. 3. I resti della regina sono seppelliti dalle matrone e dalle ancelle. 4. Lo scrigno è trasportato dai pirati come bottino di guerra. 5. Spesso gli abitanti dell'isola venerano le ninfe della selva. 6. I contadini sono saziati dalle ancelle con delle focacce. 7. Le statue della dea sono ornate con corone di rose. 8. Dee, concedete alle matrone sia la virtù sia la parsimonia. Il patrimonio di famiglia è preservato dalla parsimonia. 9. Le favole sono tramandate per mezzo dei poeti. 10. Fuggiaschi, siete salvati dalla clemenza della regina.

Pag.54

n.27: Frasi

1. Vedo le splendide stelle e la luna argentea. 2. Perché, discepole, ignorate i famosi detti della lingua latina. La padrona consegna la lettera all'ancella diligente. 4. Silla impara la lingua greca con la filosofia. 5. Ora mie discepole sedete e tacete. 6. I poeti amano le selve ombrose dell'Arcadia. 7. I contadini rendono grazie alle dee delle primizie con grandi corone. 8. Anche le vere amicizie sono distrutte dalle calunnie. 9. Le coste dell'isola lontana sono sempre battute da grandi onde. 10. Le isole lontane si mostrano ai marinai. 11. La battaglia di Maratona è celebrata da famosi poeti. 12. Le imbarcazioni sono danneggiate dalle tempeste impetuose.

Pag.55

n.29: Giunone e Minerva

Molte dee sono onorate dalle matrone romane, ma soprattutto Giunone e Minerva. Giunone, la grande regina delle dee, fu presa in sposa da Giove; protegge soprattutto le partorienti: infatti le partorienti durante il parto invocano la dea e con l'aiuto della dea generano belle figlie o figli sani. Minerva, la dea della sapienza, non solo dona la prudenza, la moderazione e l'intelligenza, ma protegge anche i soldati in battaglia, consegna le olive giallastre e succulente agli agricoltori, insegna tutte le arti dell'ingegnosità umana. Le statue di Minerva sono ornate con la lancia e con l'elmo; e talvolta la civetta, l'uccello sacro alla dea, è ritratto nelle statue e nei ritratti di Minerva dagli artisti.

Pag.59

n.3: Frasi

1. Il saggio non desidera la grande ricchezza dei Persiani. 2. La nonna lascia in eredità una grande abbondanza di dracme ai figli e alle figlie di Sempronio. 3. Le nozze sono celebrate con uno splendido. 4. Seneca vive a Roma. 5. Il padre di famiglia punisce la figlia con una terribile minaccia. 6. Tebe chiede la pace agli Ateniesi. 7. Le truppe cartaginesi circondano Canne di trappole. 8. Le matrone romane sono trasportate da cavalli e cavalle. 9. L'amica di Domitilla vive a Firenze. 10. Gli affanni e le sofferenze dei Troiani sono narrate dal poeta.

Pag.61

n.7: Frasi

1. L'invidia è cieca. 2. Dove c'è la concordia, c'è anche la vittoria. 3. A Minerva è gradita la sapienza. 4. Le casupole degli agricoltori non sono liete. 5. L'ira della padrona è terribile e eccessiva. 6. Le stelle sono splendide e lontane. 7. Ragazze, siate buone e pudiche. 8. La tregua è lunga, i soldati riposano. 9. Un tempo la medicina fu la scienza delle poche erbe. 10. La prima via è ardua.

Pag.63

n.13: Frasi

1. Minerva è considerata la dea della sapienza. 2. La parsimonia rende solida la fortuna. 3. Siracusa è considerata ricca dagli ateniesi. 4. Spesso la filosofia è chiamata sapienza da Seneca. 5. La ricchezza è considerata causa di molte preoccupazioni dai poeti. 6. Ragazze, siete giustamente considerate buone e belle. 7. Partito Enea, la regina vive infelice. 8. Elena, sei considerata troppo superba. 9. Atene è chiamata la patria delle dottrine e della letteratura. 10. Gli agricoltori considerano la parsimonia come la somma sapienza.

Pag.64

n.16: Frasi

1. La regina aveva una corona d'oro. 2. Diana aveva la faretra e le frecce. 3. Domitilla ha molte inquietudini. 4. Le preoccupazioni della vita hanno un termine. 5. La villa aveva un ampio cotile. 6. Lo scriba aveva delle tavolette di cera. 7. Catilina aveva un'incredibile audacia. 8. Catilina aveva un'incredibile audacia. 9. Sempronia non aveva moderazione. 10. La casta Lucrezia aveva un incredibile aspetto.

Pag.66

n.22: Frasi

1. Trovo una grande delizia al banchetto. 2. Le terme sono vicine alla villa. 3. L'ancella è in cucina. 4. Il contadino scende nella cantina. 5. Nello scrigno la matrona aveva molti braccialetti. 6. La piccola formica è avvolta nella ragnatela. 7. L'incauta formica cade nella ragnatela. 8. Lo squadrone dei Troiani giunge alle porte della reggia. 9. Gli atleti entrano in palestra. 10. "Dove sei condotta, ragazza?". "Sono condotta al banchetta. Oggi le mie nozze sono celebrate".

n.24: La colomba e la formica

Presso la riva di uno stagno una colomba lave le penne; ma improvvisamente vede nell'acqua una piccola formica. La lamentosa formica prega in lacrime la colomba: "Salva la mia vita, - dice - già un'onda mi sommerge". Allora la colomba è mossa dalla misericordia: taglia una foglia e la dà alla formica, come se le mettesse a disposizione una piccolissima zattera. Subito la formica riemerge e rende molti ringraziamenti alla colomba; allora fugge nell'erba e nelle canne. Invece un contadino, come vede la colomba sulla riva, la elegge come preda. Dunque prepara le frecce, ma la grata formica morde furtivamente il piede dell'agricoltore. La freccia cade a terra, la colomba vola via. Così la colomba è ripagata, così gli animi grati ripagano.

Pag.67

n.26: Le risorse e le sventure della Sicilia

La Sicilia è un'isola bella, feconda e popolata;la terra non è arida: infatti le piogge, le acque e i fiumi rendono feconda la terra. Quindi gli agricoltori raccolgono frutti e frumento, procurano sempre un'abbondanza di nutrimento ai figli e alle figlie. Anche i navigatori trasportano in Sicilia una grande ricchezza con il commercio. Spesso vediamo navi greche, piene di merci, presso le coste della Sicilia, soprattutto presso Siracusa. Gli abitanti della Sicilia hanno molte ricchezze. Tuttavia la Sicilia non è un'isola pienamente beata. Spesso i pirati giungono alle coste della Sicilia: devastano le terre, espugnano le ville, uccidono i contadini. Le misere ragazze divengono prigioniere. Anche nei templi le statue delle dee non hanno più le corone; le dee appaiono tristi e prive di ornamenti.

Pag.78

n.10: Frasi

1. I ciliegi erano nell'orto. 2. I ragazzi giocano con la palla. 3. Ammonisci gli amici in segreto, loda(li) apertamente. 4. I libri di Virgilio sono memorizzati dai discepoli. 5. Il lupo guarda l'agnello, l'agnello beve presso la riva. 6. Non sempre i morbi sono guariti dai medici. 7. Servi, correte subito alle porte; siamo assediati dai nemici con spade e lance. 8. I cinghiali vivono nelle selve e talvolta percorrono i campi. 9. I discepoli considerano Epicureo un maestro di vita. 10. L'anima abita negli occhi.

n.11: Frasi

1. Amici, siete invitati a un banchetto; le nozze della figlia di Mario sono celebrate. 2. Sempronia è condotta dagli amici al talamo e affidata al marito. 3. Plinio è designato centumviro da Domiziano. 4. Il crepuscolo diffonde ombre sulle terre. 5. Alessandro aveva sia terre sia campi. 6. Gli alleati dei Romani combattono strenuamente. 7. Le acque dei fiumi irrigano i campi presso Mantova. 8. Petronio è considerato un arbitro dell'eleganza. 9. Amico, ascolta il maestro. 10. I faggi sono distrutti dai cunei.

Pag.80

n.17: Frasi

1. La ragazza tace a causa della pudicizia. 2. Gli abitanti di Cipro sono in povertà a causa della penuria di cibo. 3. Le truppe sono preparate per la battaglia. 4. Alessandro è rimproverato dal maestro a causa dell'eccessiva superbia. 5. I fiumi esondano a causa dell'abbondanza di piogge. 6. Alessandro brama la letizia. 7. Grandi giochi pubblici sono preparati per il trionfo dei triunviri. 8. Helvia piange a causa della malattia dei figli. 9. Gli alleati dei Romani combattono ardentemente per la vittoria e per il bottino. 10. I ragazzi hanno tempo non solo per il gioco, ma anche per la dottrina e per la letteratura. 11. Erodoto scrive la storia, non della fama passeggera, ma della gloria eterna. 12. Gli ambasciatori sono introdotti nel senato, anche i decemviri li ascoltano.

Pag.81

n.19: Orbilio, il maestro che conosceva un solo poeta

Orbilio è il maestro del villaggio, istruisce i figli degli agricoltori e dei liberti. Anche Orazio è un discepolo di Orbilio: ogni giorno va a scuola per l'amore della letteratura e dei poeti. Orazio ha delle tavolette, lo stilo e il libro di letteratura. I passi di molti poeti sono descritti nel libro di Orazio, ma a scuola il maestro legge sempre e solo Livio Andronico, un poeta pesante. Spesso sia Orazio sia i compagni interrogano Orbilio: "Maestro, perché oggi non leggiamo Omero?". Orbilio non risponde mai, ma apre il libro di letteratura e indica con il dito i passi di Livio Andronico ai ragazzi. Se i ragazzi o mormorano o sbadigliano per il fastidio, il maestro colpisce i palmi dei discepoli con un legnetto. Quindi Orbilio è chiamato l'uomo delle percosse dai ragazzi.

Pag.85

n.30: Frasi

1. Un grande cinghiale devastai campi dell'Attica. 2. Un buon maestro ha dei discepoli diligenti. 3. Visitate, amici, Cipro, un'isola bella e grande, sacra alla dea Venere.

Pag.86

n.32: Come i Sabini divennero cittadini di Roma

Inizialmente il popolo romano era esiguo, non c’erano donne presso gli uomini romani. Allora Romolo invita i Sabini, un popolo vicino, con le loro donne ai giochi pubblici romani. Durante i giochi i Romani rapiscono all’improvviso le ragazze sabine e scacciano i Sabini dal territorio romano. Ma subito i Sabini raccolgono le truppe per la guerra, assediano Roma, ma sono sconfitti dai Romani. Tuttavia Romolo, sovrano previdente, non elimina del tutto il popolo sabino, anzi ordina ai Romani: “Accogliete i Sabini nel nostro territorio: infatti non solo avremo le donne sabine come spose, ma anche gli uomini Sabini come suoceri e cognati”. Quindi Romolo rese Sabini e Romani un unico popolo.

n.33: Una meritata punizione

Nel campo un ragazzo oltraggioso porta al pascolo degli agnelli e delle capre: spesso tormenta le sue bestie con delle molestie, talora le colpisce con un bastone o le colpisce con delle pietre. Improvvisamente giungono nel campo dei forestieri ed interrogano il fanciullo sulla via esatta. Il fanciullo oltraggioso indica una falsa via ai forestieri, uomini severi: così i forestieri camminano invano e a lungo nel bosco di fitti frassini. Alla fine i forestieri, spossati e irati, ritornano dal fanciullo oltraggioso. Allora il fanciullo ride apertamente, soddisfatto per il suo scherzo molesto e per la trepidante ira dei forestieri. Ma lo stolto ragazzo non solo è rimproverato, ma è anche rimproverato con un bastone dagli stranieri, robusti contadini.

Pag.94

n.23: I doni e i nomi di Bacco

Le popolazioni della Grecia e dell'Italia venerano Bacco, dio del vino e della gioia, e di notte celebrano i Baccanali. Il dio dona agli uomini e alle donne non solo il vino rosso, ma anche la letizia e i molti conforti per gli affanni della vita difficile. A causa dei graditi benefici del dio vengono sacrificate diverse vittime presso gli altari di Bacco, o neri caproni o bianche giumente o tenere capre o screziati capretti. Bacco è chiamato Dioniso dai Greci; percorre le terre dell'Asia e dell'Europa su un carro ed è salutato con liete parole da tutte le popolazioni: spesso dai Romani Bacco è detto Libero, poiché il vino, dono della divinità, libera gli animi dalle preoccupazioni. Il carro di Bacco è tirato non solo da belli e robusti cavalli, ma anche da feroci pantere o da leonesse superbe.

Pag.95

n.24: Ritratto di Catilina

Lucio Sergio Catilina, nato da una famiglia nobile, ha una straordinaria intelligenza, un animo pronto e astuto, vigore e abilità in battaglia, ma un’interiorità malevola e cattiva. Tollera incredibilmente la durezza del clima, la scarsità del cibo di cibo e anche il digiuno e le lunghe veglie. Dall'adolescenza a Catilina sono gradite le guerre civili, le razzie, le discordie tra Romani; fiducioso in questi mezzi, aspira a ricchezza e potere illecito; non rifiuta l'aiuto di amici scellerati, anzi giornalmente se lo procura con doni e lusinghe. Ha un animo subdolo e volubile: agevolmente, senza vergogna, simula e allo stesso tempo dissimula; nel suo animo versa sempre piani immoderati, straordinari, troppo alti.

Pag.100

n.35: Lo schiavo e il filosofo stoico

A causa della vita dura, un infelice schiavo abbandona il padrone e, di nascosto, si allontana da Corinto. Dopo alcune ore giunge a Megara. Vaga a lungo per le strade, chiede invano cibo e aiuto a coloro che incontra; alla fine, in una piazza, davanti alla statua di Crisippo, è affabilmente salutato da un filosofo stoico: “Straniero”, dice il filosofo, “vedo i tuoi molti affanni e mi addoloro per la tua indigenza. Indossi una tunica trasandata, abbigliamento degli schiavi, e i padroni non offrono agli schiavi né vino, né pietanze gustose, né alloggi piacevoli; conosci le catene e i duri lavori. Il tuo animo, però, è libero; se avanzi per le tante e diverse vie dell’animo, dalla terra ascendi al cielo”. Ma lo schiavo ascolta poco attento le inconcludenti parole del filosofo, e infine avvampa di collera: “Vengo da Corinto, sono a Megara da poco. Sono assetato e affamato a causa del lungo viaggio. Da’ cibo, o uomo loquace, e non parole, allo schiavo infelice e stanco!”.

n.36: Nettuno

Nettuno, dio dell’Oceano e delle acque, domina i venti e le tempeste; quando visita il suo regno sulla veloce carrozza, allora dei cavalli bianchi trasportano il dio per l’ondoso mare. Nettuno impartisce gli ordini non per mezzo di uno scettro divino, ma con un tridente da pesca: non appena il dio scuote il tridente, le tempeste si calmano, il mare si mostra piatto e placido. Talvolta Nettuno scende anche sulla terra; ha care le città marittime e le genti di mare: ora si trova ad Atene, ora lascia la bella Atene e arriva a Corinto, ora si allontana da Corinto e si dirige ad Efeso oppure alle luminose coste dell’Asia. Qui ci sono città colme di ricchezza, e splendide piazze. Nettuno non si mostra mai ai popoli, ma i popoli sono turbati per l’occulta e misteriosa prossimità del dio; davanti agli altari e ai templi di Nettuno, gli uomini e le donne pregano così: “O figlio di Rea e di Saturno, trattieni i venti, scaccia le tempeste, proteggi i naviganti nei pericoli, mostra la giusta rotta attraverso le tenebre”. Nettuno, lieto, esaudisce.

Pag.105

n.16: Il colpevole amore di Tarpea

Romolo annunciava per tutto il Lazio grandi spettacoli pubblici e invitava a Roma i popoli confinanti. Molti andavano prontamente, specialmente i Sabini insieme ai figli e alle figlie. Nel mezzo degli spettacoli, con un piano scaltro ma sleale, Romolo dava il segnale alle sue truppe: subito venivano rapite le donne dei Sabini e venivano consegnate, loro malgrado, agli uomini romani. I Sabini senza indugio, a causa della mancanza delle donne che erano state portate loro via con la violenza, dichiaravano guerra ai Romani. Dopo molti combattimenti, Tarpea, una ragazza romana figlia di Sp. Tarpeo, tradiva vergognosamente la sua patria: in maniera empia e scellerata, infatti, amava Tazio, il tiranno dei Sabini. Pertanto, di nascosto, rivelava ai Sabini la strada verso la città. Ma gli stessi Sabini, sdegnati per l’inganno, uccidevano l’infida ragazza.

Pag.110

n.24: Tullo Ostillo

Tullo Ostilio prestava energicamente la propria opera contro i Sabini; veniva perciò nominato re dei Romani. Dichiarava guerra agli Albani e, dopo molti scontri, con l’aiuto degli Orazi, finalmente vinceva. Distruggeva Alba, a causa della slealtà del comandante Mezio Fufezio; allora gli Albani lasciavano la terra degli avi e venivano dichiarati Romani pubblicamente e secondo i riti consueti. Tullo Ostilio istituiva la Curia Ostilia. Onorava molto spesso gli dei e le dee con vittime e riti sacrificali, ma non placava l’ira degli dei: a causa di un fulmine, infatti, bruciavano sia Tullo Ostilio, sia la reggia Romana.

n.25: La guerra tra Romani e Latini

I Latini erano alleati dei Romani, ma respingevano le truppe e le ricchezze romane. Inoltre spesso i Latini mandavano degli ambasciatori a Roma e reclamavano così: “Perché, Romani, esigete aiuti di continuo, ma eleggete sempre consoli del vostro popolo? Perché talvolta non eleggete anche i Latini consoli?”. Questo tuttavia era sempre negato dai Romani. Quindi i Latini dichiaravano guerra contro i Romani, collocavano un accampamento davanti alle porte di Roma, ma erano sconfitti in una grande e cruenta battaglia e poi non recuperavano l’antica potenza: infatti erano sottomessi dai Romani. Dopo la vittoria anche le statue degli dei dei templi latini erano spostate a Roma.

Pag.113

n.33: Il regno di Urano e Saturno (Versione 1)

Prima Urano, Dio dei cieli governava l'universo. Poi Saturno , figlio di Urano e della Terra, esiliò il padre dal regno e governava sul cielo, sul mare sulla terra. Dunque Saturno sposò Rea: il Dio e la dea generarono molti figli, ma Saturno era stato avvertito dall'oracolo Inaccessibile: "Guardati dai tuoi figli. Non desiderano ancora il tuo regno, ma se crescono...". quindi Saturno era turbato e spaventato; uno alla volta divorava i suoi figli: i ragazzi erano celati nel grande stomaco di Saturno e non erano ancora trovati da Rea.

Pag.134

n.25: L'asino astuto

Un asino errava calmo per i prati, ma all'improvviso appare un lupo famelico. Allora l'asino aspira alla salvezza con l'inganno e, sebbene integro e sano, all'improvviso zoppica: "Così - pensa - ingannerò il lupo". Intanto il lupo si avvicinava all'asino e chiede: "Perché, misero, zoppichi così?". Tuttavia l'asino risponde: "in un roveto una spina pericolosa è penetrata nella mia unghia: ora, ti domando estrai la causa di tante sofferenze; dopo, se estrarrai la spina, sarò volentieri il tuo cibo". Il lupo acconsentì e senza esitazione - promette - guarirò la tua unghia, se sarai il mio cibo". Allora cerca, come un medico esperto, la spina nel tallone dell'asino e già pregustava con animo lieto il lauto pasto; ma non appena l'asino vede il lupo intento nell'opera, ruppe al medico credulone a forza di calci le mascelle.

Pag.136

n.32: Un sogno svanito

Di sera la figlia di un contadino trovava molte uova nel pollaio: subito pensava: "Domani, alla prima dell'alba, mi alzerò dal letto e andrò al mercato. Venderò facilmente le uova, ricaverò molti soldi; infatti con il denaro mi comprerò sei pecore, che daranno lana alla mia famiglia e genereranno degli agnelli. Se venderemo molto lana e agnelli, guadagneremo molte monete. Con il denaro compreremo dapprima molte giumente, successivamente compreremo la terra; con le giumente, in autunno, areremo la terra e semineremo il frumento. E così in estate raccoglieremo una grande abbondanza di frumento e i nostri granai saranno pieni; per tanta ricchezza saremo considerati ricchi e opulenti dagli amici e...". Mentre la fanciulla pensava ciò, saltava con eccessiva felicità, ballava e cantava; alzava lo sguardo al cielo e già non guardava le uova: all'improvviso calpestava e rompeva le uova. Allora la misera ragazza piangeva e si addolorava: i suoi sogni si erano infranti assieme alle uova.

Pag.197

n.12: Quando i Romani sfidarono il mare

Nei tempi antichi raramente i marinai conducevano le navi lontane dalla spiaggia, perché reputavano i mari infidi e pericolosi non solo in Inverno e in Autunno, ma anche in Primavera e in Estate; anche i pescatori navigavano sempre secondo le spiagge e gettavano le reti in vista della spiaggia: molti aspettavano fermi la preda durante le ore notturne fino ala prima luce. Anche i Romani, un popolo di agricoltori, inizialmente evitavano volentieri i mari, perché temevano le tempeste e i naufragi. A lungo i Romani non avevano grandi navi, ma soltanto barche e piccole navi, con le quali navigavano il Tevere, il fiume patrio, fino a Ostia. Tuttavia nella prima Guerra Punica i Romani edificarono dapprima lunghe navi, per le necessità della guerra. Prepararono coi dazi grandi flotte di civili e di alleati, che si trovavano ferme presso Ostia. Quindi le legioni romane erano trasportate o dalle lunghe navi o dalle navi da carico.

Pag.224

n.9: Telegono

Telegono, figlio di Ulisse e Circe, è mandato dalla madre, per cercare il padre; fu condotto a Itaca da una tempesta e lì rubava nei campi per la fame, secondo il costume dei ladri, una volta Ulisse e Telemaco, ignari del nome e della discendenza del giovane, combatterono contro Telegono. Ulisse fu ucciso dal figlio Telegono, come era stato predetto molto tempo prima dall'oracolo di Apollo. Dopo che Telegono conobbe dal fratello Telemaco della morte paterna, ritornò in patria, sull'isola di Eea, triste con Telemaco e Penelope, su consiglio della dea Minerva. Trasportarono il morto Ulisseda Circe e lì seppellirono il cadavere. Poi, come Minerva consigliava, Telegono sposò Penelope e Telemaco sposò Circe. Da Circe e Telemaco nacque Latino, che dal suo nome diede il nome alla lingua latina; da Penelope e Telegono nacque Italo, che dal suo nome denominò l'Italia.

Pag.273

n.21: Ippolito e Fedra

Fedra, figlia di Ippolito e moglie di Teseo, s'innamorò del figliastro Ippolito; ma, poiché Ippolito aveva rifiutato l'amore non solo della matrigna, ma di tutte le donne, Fedra non riusciva a piegare alla sua volontà il figliastro e non tollerava l'ingiuria fatta con disprezzo della sua bellezza. Quindi, scritte le tavolette a Teseo assente, calunniò così Ippolito: "Tuo figlio, ignorando le leggi degli uomini e degli dei, violò il mio corpo incestuosamente per mezzo di uno stupro". Lasciate queste parole mendaci, Fedra si uccise impiccandosi. Ma Teseo, quando ritornò alla reggia, trovò Fedra morta e, lette le tavolette, credette alla calunnia; quindi esiliò dalla patria Ippolito, chiedendo al padre Nettuno la morte di suo figlio. Tuttavia Ippolito, legati i cavalli, abbandonava il suolo patrio, ma presto apparì dal mare un toro: i cavalli spaventati disarcionarono Ippolito e lacerarono i l suo corpo orribilmente.

Pag.284

n.9: Propositi di rivincita dei Cartaginesi

Sotto il consolato di Lucio Cornelio Lentulo e di Fulvio Fiacco, Gerone, tiranno della Sicilia, si era recato a Roma; si combatté anche una guerra all'interno dell'Italia contro i Liguri e si trionfò su di essi. Tuttavia i Cartaginesi cercavano di rinnovare la guerra in Sardegna: infatti i Sardi dovevano obbedire ai Romani secondo l'accordo di pace, ma i Cartaginesi li spingevano alla ribellione contro i Romani. Tuttavia venne a Roma un'ambasceria dei Cartaginesi e ottenne la pace. Durante il consolato di T. Manlio Torquato e G. Attilio Bulco, si trionfò sui Sardi e, fatta la pace in tutti i luoghi, i Romani non ebbero nessuna guerra, cosa che dopo la fondazione di Roma li aveva riguardati soltanto una volta, quando regnava Numa Pompilio.

Pag.289

n.9: Frasi

1. Oggi abbiamo ricevuto la notizia di tristi eventi. 2. Il rumore di un tuono ha turbato gli animali della selva. 3. Anticamente i padroni affrancavano i servi. 4.Tutti gli scrittori ricordano e celebrano i consolati di Ottaviano, un periodo felice e prospero per la patria. 5. I tori respingono gli attacchi degli altri animali con le corna, i cinghiali con i denti e i leoni con un morso. 6. La vecchia quercia resisteva all'impeto dei venti: invano le piogge e il soffio degli aquiloni (venti settentrionali) percuotevano i suoi rami. 7. Sotto il comando di Milziade, le ali dell'esercito degli Ateniesi mettevano in fuga l'ingente fanteria dei Persiani. 8. Ottaviano fu salutato come padre della patria dal senato, dall'ordine equestre e da tutti i cittadini romani.

Pag.293

n.19: La marcia dei soldati di Alessandro Magno nel deserto

La mancanza di acqua provocava nei soldati la sete e il desiderio di bere. Tuttavia non c'era nessuna notizia riguardo a laghi vicini o stagni. La nebbia celava la luce e l'aspetto delle distese era simile ad un mare vasto e profondo. Di notte la marcia era sopportabile, poiché i corpi erano confortati dal freddo notturno e dalla rugiada, ma, all'alba, il calore e la siccità assorbivano ogni umore naturale. Le bocche e le viscere ardevano dall'interno e dapprima si indebolivano gli animi, poi i corpi. Allora era grandissima la mancanza della patria lontana, un acerbo desiderio dei ruscelli, dei laghi e delle selve della Macedonia. Tuttavia pochi nell'esercito avevano portato con sé acqua negli otri e con animo misericordioso la dividevano con i compagni: quell'acqua placava la sete per un po', ma presto gli otri venivano vuotati e a causa del grande caldo un forte desiderio di una fredda ombra e di acqua prendeva nuovamente i soldati.

Pag.302

n.12: Divina punizione di un re peccatore

San Germano predicava a Vortigern, affinché si convertisse a Dio e si separasse da un'unione illecita; e Vortigern fuggì miserabilmente senza interruzione fino a una regione lontana e lì si nascondeva con le sue mogli. Ma san Germano lo seguì con tutto il clero dei Britanni e rimase lì per quaranta giorni e quaranta notti e su una roccia pregava e stava fermo di giorno e di notte. E nuovamente Vortigern si ritirò vergognosamente fino ad una rocca inespugnabile, eretta tra le montagne. E san Germano lo seguì al solito modo e lì rimase supplice a digiuno con tutto il clero per tre giorni e altrettante notti e la quarta notte, all'incirca a mezzanotte, l'intera rocca, a causa di un fuoco mandato dal cielo, all'improvviso crollò, ardendo un fuoco celeste; e Vortigern bruciando scontò con le sue mogli la giusta pena dei peccatori.

Pag.306

n.19: Cesare si prepara alla guerra contro i Treveri

Ucciso Induziomaro, il comando viene affidato dai Treveri ai suoi parenti. I nuovi capi sobillano i Germani confinanti contro i Romani e promettono denaro, ma non ottengono un'alleanza dai Germani confinanti; quindi tentano di corrompere gli altri Germani nei giorni successivi. Dopo aver trovato alcune civiltà, rafforzano i reciproci rapporti: i Treveri uniscono a loro con un'alleanza e un patto anche Ambiorige. Comprese queste cose, Cesare teme per la guerra imminenete: "Ovunque - pensa Cesare tra sé e sé - la guerra è preparata; i Nervii, gli Aduatuci e i Menapi, aggiunti a tutti i Germani Cisreani, sono in armi, inoltre i Senoni, chiamati, non solo non vengono al mio cospetto, ma comunicano anche con i Carnuti e le civiltà confinanti; inoltre i Germani sono sobillati dai Treveri con numerose ambascerie". Considerate e esaminate tutte queste cose, Cesare rifletteva sulla guerra e non vede nessun'altra via di scampo, degna del suo valore e del prestigio del popolo romano.

Pag.325

n.16: La difesa del porto di Orico

Avendo spostato le truppe della costa marittima, Cesare, come è stato dimostrato sopra, lasciò alcune corti a difesa del porto di Orico e affidò alle stesse la custodia delle lunghe navi, che aveva condotto lì dall'Italia. Cesare mise al comando di questo compito e della città il luogotenente Acilio Canino. Egli, avendo preso questo incarico, ricondusse le nostre navi nel porto interno dietro la città e le legò alla terra e pose davanti all'imboccatura del porto una nave da carico sommersa e la legò a un'altra nave. Sopra questa nave, costruì una torre e la pose all'ingresso del porto stesso. Inoltre riempì la stessa torre di soldati. Questi protessero il porto in quei giorni, preparati a ogni problema immediato.

Pag. 363

n.18: La rana che scoppiò

Il debole, mentre desidera superare i potenti, perde tutto ciò che possiede e se stesso. Una volta nel prato una rana scorse un buee, presa dall'invidia di tenta grandezza, con un grande impeto gonfiò la pelle rugosa. Allora interrogò i suoi figli: "Ditemi la verità, figli miei, più cari della mia vita, sono più grande del bue?". Quelli con sicurezza negarono. Di nuovo la rana tende la pelle con uno sforzo più intenso di prima, e chiese allo stesso modo: "Forse che non sono ora più grande e più ammirabile dell gigantesco bue?". Essi dissero: "Anche ora oh madre più testarda di un mulo, il bue dall'enorme grandezza appare di gran lunga più grande di te.". Da ultimo la rana, spinta dalla rabbia e dall'emulazione, mentre cominciava a gonfiarsi con maggior intensità, giacque con il corpo squarciato.

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n.21: Elogio dell'oratoria di Cesare

Cesare, come tutti gli antichi scrittori tramandano, era adattissimo alle orazioni civili, Inoltre Egli si adoperò molto nello studio assiduo, tant'è che era reputato un oratore raffinato e elegante dai Romani Tuttavia a lui fu sufficiente giungere al secondo posto tra gli oratori - d'altra parte non deciderò mai i primo posto - per essere considerato il primo di tutti i cittadini nella Potenza e nelle armi piuttosto che per la bellezza dei discorsi. D'altra parte le orazioni di Cesare, intrecciate con parole pure ed adatte, erano abbastanza efficaci ed eleganti, convincevano i militari, che affrontavano con animo fermo i pericoli delle battaglie, i cittadini, a obbedire agli ordini del dittatore, gli stessi avversari, a non contrastare troppo duramente l'autorità di Cesare, vincitore munifico e clemente. Cesare stesso chiede ciò in un discorso, con il quale risponde alle lodi di Cicerone nei confronti delle virtù di Catone, che i lettori non chiedano nel suo sermone militare vacue frasi ampollose di retorica.

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n.11

  1. Nessuno è tanto folle da desiderare di essere ammalato.
  2. I cocchieri collocavano i carri in maniera tale da, sopraggiunti i nemici, avere la ritirata pronta ai loro
  3. Verre si comportò tanto pigramente che nessuno lo vide seduto sul cavallo quella primavera
  4. Plinio il Vecchio diceva che nessun libro potesse essere tanto cattivo che nessuna parte di esso giovasse al lettore
  5. Il giocane arrivò a tal punto di superbia da disdegnare tutti.
  6. Tarquinio il Superbo fu a tal punto in odio ai Romani che il suo stesso nome per molti secoli nella nostra Repubblica fu visto male.
  7. Alcibiade aveva aggiunto ai doni concessi dagli dei molte azioni valorose in guerra e facondia nel foro affinché nessuno era ritenuto più pronto di lingua e di mano nei cittadini.
  8. Fatti entrare nelle mura i nemici, nel foto ci fu una battaglia accanita a tal punto che Romolo pregò Giove di frenare la vergognosa fuga dei suoi.
  9. C. Gracco si spinse a tal punto di follia che turbò anche i comizi consolari con una nuova strage.

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n.19

  1. È rarissimo che i mortali conducano una vita beata fino alla morte
  2. Dalla teoria di Epicuro deriva che l’anima è dissolta con il corpo.
  3. Era necessario che avvenissero queste cose.
  4. Accade che, nella nostra città, siano eletti alcuni popolari e alcuni sostenitori della nobiltà.
  5. Accadde che nello stesso anno due grandissime disgrazie caddono sulla nostra civiltà, con una grandissima carestia e pestilenza.
  6. Era tenuto il costume che i figli dei più importanti fossero educati a casa alle discipline liberali da un maestro greco.
  7. A causa di tali eventi accadde che pochi soldati arrivarono in Sicilia incolumi.
  8. A causa di tali avvenimenti accadde che gli esploratori, inviati per più percorsi da Cesare a Domiziano e da Domiziano a Cesare, non poterono concludere il percorso per nessuna ragione.
  9. È necessario che vengano gli scandali. Tuttavia guai a quell’uomo, per il quale venne lo scandalo.
  10. Io adolescente non potei fare a meno di essere condotto alla repubblica.

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n.21

  1. Deucalione e Pirra a causa della solitudine non poterono sopravvivere, chiesero a Giove di dare altri uomini o di ucciderli come era successo agli altri.
  2. Se mi ami, curati di stare bene.
  3. Furono nominati due consoli al posto di un re, così, se uno avesse voluto essere disonesto, l’altro, con un potere simile, frenasse il collega.
  4. In Lazio era usanza che i campi venissero purificati ogni anno.
  5. Scrivesti tanto negligentemente che è facilmente constatabile che facevi altro quando scrivevi quella lettera.

Pag. 423

n.23: Consigli di Gesù

Guardatevi dal fare il giusto davanti agli uomini, per essere visti da loro; altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro, che è nei cieli. Quando dunque farai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini. In verità vi dico: ricevettero la loro ricompensa. Tuttavia facendo tu l'elemosina, la tua sinistra non sappia quel che fa la destra, affinché la tua elemosina sia segreta, e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. E quando pregate, non dovete essere come gli ipocriti, che amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno ricevuto la loro ricompensa. Ma tu, quando pregherai, entra nella tua camera e, dopo aver chiuso la tua porta, prega. Quindi accadrà che il Padre tuo, che è nel segreto, ti veda e te ne dia la ricompensa.

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n.9: La scelta di Attilio Regolo

Attilio, essendo giunto a Roma, essendo stato fatto entrare in senato, disse che da quel giorno, in cui era caduto in potere dei nemici, aveva smesso di essere Romano. Pertanto allontanò la moglie dall'abbraccio e consigliò al senato affinché la Repubblica non firmasse la pace con i Cartaginesi. Inoltre affermò che i Cartaginesi, indeboliti in tante occasioni, non avevano alcuna speranza di vittoria; che lui non era a tal punto importante che, per lui solo, che era già vecchio, fosse restituita una grande moltitudine di prigionieri. Con queste parole persuase il senato affinché non si concludesse la pace. Lui stesso tornò a Cartagine e, ai Romani che lo supplicavano affinché restasse a Roma, negò di tradire la fedeltà data ai nemici.



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